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APRIAMO GLI OCCHI

Alla scoperta del mondo reale
March 15

ALLA SCOPERTA DI MARCELLO DELL'UTRI

dell'utri
 
Manca meno di un mese alle prossime elezioni politiche, ed il 13 aprile l'Italia "sceglierà" quali partiti mandare al governo. Purtroppo ritengo che le scelte politiche degli "elettori" italiani spesso siano evocate non dalla informazioni, ma degli spot pubblicitari. Gli italiani sono un popolo ignorante, fra i più ignoranti di questo pianeta. Non è completamente colpa loro, la conoscenza non viene da dentro come diceva Platone, ma bisogna scovarla... E di certo non è possibile farlo se la mente del cittadino è offuscata dalle preoccupazioni o dalle attrazioni che questo mondo di immagini e beni futili ci "offre". Gli imperatori romani, nei periodi di crisi, per evitare che la popolazione si ribellasse le distraeva con i giochi del Colosseo e del Circo Massimo, oggi c'è la televisione che ha sostituito gli antichi monumenti di distrazione... Oggi c'è il tuo catodico che rappresenta il primo , il più grande e durevole "Monumento di Distrazione". Quindi mentre la gente guarda seduta la TV, si infetta di ingnioranza, perché questa nostro strumento mediatico, non ha come scopo informare i cittadini italiani, ma semmai disinformarli, fargli credere che il cielo è blu e l montagne sono azzurre, che la verità non è una cosa assoluta, che i giudici sono criminali atti a ricattare i politici, ed attentare alla democrazia con tentativi di golpe a colpi di avvisi di garanzia. La televisione serve a far credere che le priorità dell'Italia e degli italiani, in campo sicurezza, siano la lotta ai lavavetri ed agli extracomunitari, e non invece la lotta alle criminalità organizzate, che opprimono la libertà, i diritti e lo sviluppo di enormi zone del nostro Paese. E così in questo clima di ignoranza ipnotico, non ci accorgiamo che chi ci governa non lo fa nell'interesse pubblico, ma in quello privato, di pochi, che corrotti dalle le mafie e dai delinquenti dal colletto bianco, legiferano con l'obiettivo di arricchire di denaro e potere loro stessi e i loro amici, a volte definiti "furbetti del quartierino", poche volte definiti criminali incalliti, ma spesso defite peronse per bene, o meglio "bravi ragazzi".
 
Di conseguenza non mi stupisco di vedere seduti in parlamento, e proti a farsi "rinominare" dai partiti, personaggi con a carico pendenze penali gravissime, persone con condanne che farebbero rabbrividire boss camorristi!
 
E' normale che in questa cappa che filtra la vera informazione, e chimicamente la degrada e la trasforma in propaganda faziosa. Ed è normale che il 13 e 14 aprile 2008 gli italiani prederanno la decisione sbagliata: è sicuro che Berlusconi governerà ancora questa nazione, forse non una maggioranza assoluta, magari con una "Grande Coalizione" elogio dell'inciucio, del compromesso e della corruzione! E così "i fuorilegge si occuperanno della legge mentre la legge tenterà di occuparsi di loro!"
 
Quindi il Partito della Libertà figlia della fusione di Alleanza Nazionale e Forza Italia legifererà spinta dagli ideali propagandati dai loro dirigenti e fondatori. E che leggi produrranno se i fondatori e dirigenti di questo partito sono persone del calibro di Marcello Dell'Utri? Perché chi è Marcello Dell'Utri? Alcuni si chiederanno. Che cosa ha fatto? Perché dovremmo temere che un partito diretto e fondato da lui vada al governo?
 
Per rispondere a queste informazioni basterebbe informarsi bene su di lui, ed è ciò che voglio fare in questo Post:
 
 
Marcello Dell'Utri (Palermo, 11 settembre 1941) è un politico italiano.
 
Nel 1974 va a Milano per lavorare presso l'Edilnord, su richiesta di Silvio Berlusconi, per il quale svolge anche la mansione di segretario; segue in particolare i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, dopo che Berlusconi l'ha acquistata ad un prezzo di favore dalla marchesina Annamaria Casati Stampa (di cui Cesare Previti era il tutore legale).
Il 7 luglio porta nella villa di Arcore Vittorio Mangano che viene assunto da Berlusconi nel ruolo di stalliere. Mangano è un giovane mafioso, divenuto successivamente esponente di spicco del clan di Porta Nuova a Palermo, e in quel periodo ha già a suo carico 3 arresti e varie denunce e condanne, nonché una diffida risalente al 1967 come "persona pericolosa". Dopo l'arresto di Mangano sia Berlusconi che Dell'Utri hanno dichiarato ai carabinieri di non essere a conoscenza delle sue attività criminali.
Il 24 ottobre 1976 Dell'Utri si trova insieme a Vittorio Mangano e ad altri mafiosi alla festa di compleanno del boss catanese Antonino Calderone, al ristorante "Le Colline Pistoiesi" di Milano.
Nel 1977 si dimette da Edilnord e viene assunto alla Inim di Rapisarda, che ha relazioni con personalità di spicco della mafia quali Ciancimino e i Cuntrera-Caruana. Diventa poi amministratore delegato della Bresciano Costruzioni, che dopo pochi anni va in bancarotta fraudolenta.
Nel 1980 la Criminalpol di Milano, nell'ambito di un'indagine di droga, intercetta una telefonata tra Mangano e Dell'Utri. In questa telefonata, divenuta celebre, Mangano parla di un "cavallo" e propone a Dell'Utri di entrare nell'affare. Il defunto giudice Borsellino affermò a riguardo in un'intervista:
Collabora a Wikiquote  « Sì, tra l'altro questa tesi dei cavalli - che vogliono dire droga - è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga. »
 
E possibile rivedere e riascoltare l'intervista di Borsellino riguardante l'episodio guardando il seguente video:
 
  
 
 
 

l 19 aprile dello stesso anno è a Londra, dove partecipa al matrimonio di Jimmy Fauci, boss mafioso che gestisce il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada. Nel 1982 inizia come dirigente la sua attività in Publitalia '80, la società per la raccolta pubblicitaria della Fininvest, di cui diventa Presidente e Amministratore Delegato. Un anno dopo (1983), nell'ambito di un blitz di arresti compiuti a Milano contro la mafia dei casinò, viene trovato nella residenza del boss mafioso catanese Gaetano Corallo. Nel 1984 viene promosso ad amministratore delegato del gruppo Fininvest.

Nel 1992 (gennaio-febbraio) Vincenzo Garraffa, ex senatore del Partito Repubblicano Italiano e presidente della Pallacanestro Trapani, riceve la visita del boss trapanese Vincenzo Virga (poi latitante e condannato per omicidio oggi in carcere): «Mi manda Dell'Utri», dice il boss venuto a riscuotere un presunto credito in nero preteso da Dell'Utri. L'episodio, denunciato da Garraffa, è stato accertato dal tribunale di Milano, che nel maggio 2004 ha condannato Dell'Utri e Virga a 2 anni per tentata estorsione in primo grado, e confermando la condanna in appello nel 2007.

 

E' possibile ascoltare l'intervista di Vincezo Garraffa fatta da Piero Ricca:

  

 

Nel 1993 fonda Forza Italia insieme a Silvio Berlusconi. Nel 1996 è deputato al Parlamento nazionale, dal 1999 è parlamentare europeo e nelle elezioni politiche del 2001 viene eletto (nel collegio 1 di Milano) Senatore della Repubblica.

 

Gianni Babacetto, famoso giornalista, ha rilasicato un racconto abbastanza inquetante riguardo la fondazione di Forza Italia.

  

 

Nel 1995 viene arrestato a Torino con l'accusa di aver inquinato le prove nell'inchiesta sui fondi neri di Publitalia.

Nell'aprile 1996, mentre è imputato a Torino per false fatture e frode fiscale e indagato a Palermo per Mafia, Dell'Utri diventa deputato di Forza Italia in Parlamento.

Nel 1999 viene condannato definitivamente - sentenza passata in giudicato - per frode fiscale e false fatture con una pena di 2 anni e 3 mesi di reclusione. Nello stesso anno viene eletto parlamentare europeo e nel 2001 Senatore della Repubblica. Come senatore ha ricoperto, tra le altre, la carica di Presidente della Commissione per la Biblioteca del Senato, di cui attualmente è membro.

È presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato e della Fondazione Il Circolo del Buon Governo. Nel 1999 fonda la rete nazionale di associazioni culturali Il Circolo, nati con l'intento di essere un'area di libero scambio del pensiero liberale e giunti ad avere più di 3000 sedi distribuite su tutto il territorio nazionale e nel 2001 è membro del comitato scientifico che organizza la settima edizione della "Città del libro", rassegna nazionale degli editori, a Campi Salentina (Lecce).

Nel 2002 fonda il settimanale di cultura "Il Domenicale", direttore Angelo Crespi, di cui è tuttora l'editore.

L'8 febbraio 2007 Letizia Moratti, sindaco di Milano, lo nomina direttore artistico del prestigioso Teatro Lirico, provocando le proteste inferocite di Vittorio Sgarbi.

L'11 febbraio 2007 Dell'Utri annuncia di aver ricevuto dai figli di un partigiano deceduto (di cui si rifiuta di rivelare il nome) cinque presunti diari manoscritti da Benito Mussolini, contenenti appunti dal 1935 al 1939. Alcuni storici come Francesco Perfetti si esprimono in favore dell'autenticità, altri come Giovanni Sabatucci, Valerio Castronovo e Denis Mack Smith si esprimono al riguardo con scetticismo. Pochi giorni più tardi L'Espresso annuncia che uno studio smentirebbe l'autenticità dei diari.

Nel 10 settembre 2007 entra nel consiglio d'amministrazione del gruppo editoriale E Polis, che pubblica 15 quotidiani free-press in tutta Italia e diventa presidente della concessionaria di pubblicità, denominata Publiepolis spa. Nel febbraio 2008 dopo appena cinque mesi, si dimette in maniera irrevocabile da entrambi gli incarichi.

 

E questo era un breve riassunto della biografia di Marcelo Dell'Utri.

Ora vorrei che ci si soffermasse sui procedimenti giudiziari a suo carico:

False fatture e frode fiscale

Condannato in Cassazione per false fatture e frode fiscale a due anni e tre mesi di reclusione (patteggiando la pena ed usufruendo dello sconto di pena pari ad un terzo) a Torino.

Tentata estorsione

È stato condannato in primo grado a Milano a due anni di reclusione per tentata estorsione ai danni di Vincenzo Garraffa (imprenditore trapanese), con la complicità del boss Vincenzo Virga (trapanese anche lui). Il 15 maggio 2007 la terza corte d'appello di Milano conferma la condanna a due anni.[6].
Collabora a Wikiquote  « (...). È significativo che Dell'Utri, anziché astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli, sempre nell'indimostrata ipotesi che fosse stato lo stesso Berlusconi a chiederglielo), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo) »
 

Concorso esterno in associazione mafiosa

    * Le indagini iniziano nel 1994 con le prime rivelazioni che confluiscono nel fascicolo 6031/94 della Procura di Palermo.
    * Il 9 maggio 1997 il gip di Palermo rinvia a giudizio Dell'Utri, e il processo inizia il 5 novembre dello stesso anno.
    * In data 11 dicembre 2004, il tribunale di Palermo ha condannato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni (per un totale di 70.000 euro) alle parti civili, il Comune e la Provincia di Palermo.

Nel testo che motiva la sentenza si legge:
Collabora a Wikiquote  « La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici.  »
 

Calunnia pluriaggravata

Qui si registra una vittoria di Dell'Utri: imputato a Palermo per calunnia aggravata ai danni di alcuni pentiti, è stato successivamente assolto dopo che in primo grado era stato condannato a 9 anni. Secondo l'accusa avrebbe organizzato un complotto con dei falsi pentiti per screditare dei veri pentiti che accusavano lui ed altri imputati. Per questa accusa, il gip di Palermo dispose l'arresto (per un'azione, come giudicò poi il tribunale d'appello in via definitiva, mai avvenuta) di Dell'Utri nel 1999, ma il Parlamento lo bloccò.

Il giudici della quinta sezione di Palermo hanno assolto Marcello Dell'Utri, «per non avere commesso il fatto» in base all'art. 530, secondo comma del codice di procedura penale, dall'accusa di calunnia aggravata, era stato accusato di aver organizzato una combine con alcuni pentiti, per screditare tre collaboratori di giustizia che lo accusavano nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

La Procura aveva chiesto una condanna di 7 anni.

Lapsus sulla sua vicenda giudiziaria

Durante l'intervista rilasciata a Moby Dick l'11 marzo 1999 Marcello dell'Utri ha affermato:
Collabora a Wikiquote  « Come disse giustamente Luciano Liggio, se esiste l'antimafia vorrà dire che esiste pure la mafia. Io non sto né con la mafia, né con l'antimafia. Almeno non con questa antimafia che complotta contro di me attraverso pentiti pilotati. »
 

ed in conclusione di programma:
Collabora a Wikiquote  « I miei guai dipendono dal fatto che sono mafioso...cioè, volevo dire che sono siciliano. »
 

Su questo fatto il pentito Giusto Di Natale, affermò durante il processo a Dell'Utri (1 marzo 2004):
Collabora a Wikiquote  « Diciamo che a quel tempo eravamo in carcere e tutti si aspettavano una bella uscita del dottore Dell'Utri. Dopo l'intervista - che è andata male perché... o almeno così pensavano in carcere che aveva fatto una figuraccia con quei lapsus freudiani e con il dire allora che lui non sapeva se esisteva la mafia- l'indomani, quando si stava cercando di commentare questa situazione, insomma, si era sparsa la voce che a nessuno era permesso di commentare quell'intervista. [...] questa situazione arrivò dai Galattolo, se non sbaglio c'era pure il dottore Guttauro (Giuseppe Guttadauro, boss di Brancaccio). »

 

Marco Travaglio descrive i rapporti mafiosi di Berlusconi e Dell'Utri:

 

1° PARTE

  

2° PARTE

  

Dopo questo breve riepilogo sui processi giudiziari è possibile approfondire leggendo il testo della "Sentenza dell'Utri":

http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf

La suddetta sentenza e riassunta seguente articolo pubblicato da "Narcomafie" (http://www.narcomafie.it/articoli_2005/dos_09_2005.htm).

 

Settembre 2005 

Dossier
La sentenza Dell'Utri

Marcello Dell’Utri è stato il mediatore tra gli interessi di Cosa Nostra e di Silvio Berlusconi. Lo sostengono i giudici di Palermo, che hanno ricostruito quasi trent’anni di frequentazioni pericolose del braccio destro del Cavaliere

Il grande intermediario
Marco Nebiolo

L’11 dicembre 2004 il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato dalla seconda sezione del tribunale di Palermo alla pena di 9 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza pesante, giunta a dieci anni dall’iscrizione nel registro degli indagati dell’imputato, per un processo a dir poco complesso: sette anni di dibattimento, 257 udienze, centinaia di testimoni ascoltati, 12 giorni di camera di consiglio per raggiungere il verdetto, 1800 pagine di motivazioni. E per ora siamo solo al primo round. Prima di avere la parola fine su questa complicata vicenda ci vorranno diversi anni: ci sarà l’Appello, quasi certamente un ulteriore ricorso in Cassazione, e non è detto che finisca lì.
Per il principio di presunzione di innocenza, il sen. Dell’Utri deve essere considerato non colpevole fino al verdetto definitivo. Tuttavia, avendo ben chiara tale premessa, riteniamo che questa sentenza – solo un passaggio intermedio sulla strada che porterà alla verità processuale – meriti di essere divulgata e conosciuta, fondamentalmente, per tre motivi. Primo, perché riguarda un uomo al centro di alcune delle vicende politiche e imprenditoriali più rilevanti degli anni 80 e 90 e al culmine della sua parabola umana e professionale (non un ex potente, come, per esempio, era ormai Giulio Andreotti a metà degli anni 90). Secondo, perché si fonda non solo su dichiarazioni di pentiti, ma su una serie di fatti, di ammissioni dello stesso imputato, di documenti scritti, fotografici, filmati difficilmente contestabili (al limite diversamente interpretabili). E terzo, perché fornisce uno spaccato incredibilmente nitido di come la mafia e il potere “legale” (politico, finanziario, economico) si tocchino, interagiscano e si nutrano a vicenda grazie ad alcune figure di “raccordo”, solitamente personaggi insospettabili, ben noti agli studiosi del fenomeno mafioso e ai sociologi, ma sempre molto abili a districarsi tra le maglie del processo penale.

Amicizie pericolose. Le motivazioni della sentenza dipingono uno scenario articolato, all’interno del quale Dell’Utri gioca sempre lo stesso ruolo: quello del mediatore tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli del grande imprenditore del Nord (e principale uomo politico della cosiddetta seconda Repubblica) Silvio Berlusconi. Un ruolo ambiguo, che Berlusconi in parte avrebbe subito, e del quale, in parte, si sarebbe avvantaggiato.
Ma Dell’Utri com’è entrato in contatto con la mafia? Principalmente attraverso due amicizie pericolose: quella di Gaetano Cinà, presunto mafioso della famiglia del quartiere di Malaspina – imparentato tramite la moglie con boss del calibro di Stefano Bontate e Mimmo Teresi (boss di Santa Maria del Gesù) – coimputato al medesimo processo per associazione mafiosa e condannato a sette anni di reclusione; e quella di Vittorio Mangano (deceduto nel 2000), mafioso della famiglia di Porta Nuova, entrato ed uscito dal carcere più volte tra gli anni 70 e 80 per diverse imputazioni. Amicizie strette a Palermo nei primi anni 70 nell’ambiente della squadra di calcio dilettantistica della Bacigalupo, nella quale Dell’Utri svolgeva l’attività di allenatore e di direttore sportivo. Sono questi due dei nomi più importanti che segnano il processo Dell’Utri. Perché furono, assieme a lui, gli attori principali dell’avvicinamento della mafia a Berlusconi.

Il Cavaliere poteva servire. Sono diverse le ragioni per cui Stefano Bontate (ai vertici di Cosa Nostra negli anni 70) e i suoi sodali erano interessati al Cavaliere. Innanzitutto a scopo di estorsione. Berlusconi era già un importante costruttore e il suo patrimonio faceva gola alla mafia. Ma non solo. Tra la seconda metà degli anni 70 e primi anni 80 Cosa Nostra accumulava ingenti somme di denaro attraverso molteplici attività illecite, ma in primo luogo grazie al businness del narcotraffico. Necessitava quindi di canali sicuri di riciclaggio. Un imprenditore in espansione come Berlusconi, che stava inventando la televisione commerciale, e che presumibilmente aveva bisogno di grandi somme di denaro, poteva, nell’ottica dei mafiosi, servire allo scopo. Non esiste la prova che Berlusconi, entrato in contatto con Cosa Nostra come “vittima”, abbia fatto buon viso a cattivo gioco e si sia prestato come “riciclatore”, accettando Cosa Nostra come socio occulto della sua avventura imprenditoriale. Tuttavia, i periti dell’accusa e della difesa non sono stati in grado di ricostruire l’origine di circa 113 miliardi di vecchie lire affluiti nelle Holding Fininvest tra il 1975 e il 1983 (vale a dire circa 250-300 milioni di euro attuali) e dei quali non è stato possibile ricostruire l’origine. Il perito della difesa, il dott. Iovenitti, ha dichiarato che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e «potenzialmente non trasparenti».

I timori per l’Anonima sequestri. Ma quando inizia l’avvicinamento tra Berlusconi e la mafia? Nel 1974 Dell’Utri, nonostante la recente promozione negli uffici della direzione generale di Palermo della Sicilcasse, si dimette per trasferirsi nel capoluogo lombardo dall’amico Berlusconi (conosciuto all’Università Statale di Milano) e diventare il suo segretario particolare. Deve seguire i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, ma il vero problema che assilla il Cavaliere in quel periodo è quello della sicurezza: teme, per sè e la sua famiglia, di essere, in quanto imprenditore lombardo emergente, nel mirino dell’“Anonima sequestri”. Timore fondato visto che tra il 1972 e il 1979, nel milanese, vengono perpetrati oltre 70 rapimenti a scopo di estorsione. Per far fronte a tale minaccia, secondo i giudici, inizia, il rapporto con Cosa Nostra e inizia a delinearsi il ruolo di Dell’Utri. Questi infatti, su suggerimento di Cinà, propone a Berlusconi di assumere ad Arcore, come fattore, proprio Vittorio Mangano. Il quale, naturalmente, non si sarebbe limitato alla cura del parco e degli animali della villa, ma avrebbe rivestito il ruolo di garante di Cosa Nostra presso Berlusconi. Secondo il pentito Di Carlo (il cui racconto è confermato da altri collaboratori) la decisione di assumere Mangano viene presa dopo un incontro avvenuto a Milano tra Berlusconi, Mimmo Teresi e il super boss Stefano Bontate, a cui partecipa personalmente lo stesso Di Carlo. Al di là dei racconti dei collaboratori, tuttavia, non esistono riscontri ulteriori di questa riunione. Quel che è certo è che grazie a Cinà e a Dell’Utri, Mangano si trasferisce ad Arcore. È plausibile che la personalità criminale dello stalliere fosse ignota a Dell’Utri? Secondo i giudici no: Mangano, durante il suo soggiorno a villa San Martino viene arrestato per scontare una condanna per truffa. Tuttavia, dopo il suo rilascio torna tranquillamente al suo posto di lavoro e non viene licenziato. Non solo, un amico di Berlusconi, il principe D’Angerio, subisce un tentativo di rapimento uscendo dalla villa dopo una serata con il Cavaliere. I giornali locali cominciano a parlare del siciliano residente ad Arcore. Solo allora – è il 1976 – Mangano, nonostante che Fedele Confalonieri e Dell’Utri avessero tentato di dissuaderlo, decide di lasciare Berlusconi.
Tuttavia, anche dopo questi episodi, i rapporti con Mangano sarebbero continuati per molti anni, almeno fino al 1993-1994.

Lo “stalliere” ritorna. Nel 1980 Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone nell’ambito di indagini sul traffico di stupefacenti tra Italia e Usa. Poco prima del suo arresto, la Criminalpol di Milano intercetta una telefonata tra l’ex fattore e Dell’Utri in cui il primo dice al secondo di avere un affare da proporgli e di «avere il cavallo che fa per lui». Molto si è discusso sul significato di questa espressione. In una intervista concessa pochi giorni prima di essere ucciso, Paolo Borsellino dichiarò che Mangano, parlando di cavalli, faceva riferimento a partite di droga. Quel che è provato è che dopo l’allontanamento da Arcore Dell’Utri continua ad avere rapporti con il mafioso di Porta Nuova. E che questi rapporti continuano anche dopo il lungo periodo di carcerazione degli anni 80.
Mangano infatti ricompare prepotentemente in questa storia circa 20 anni dopo i primi contatti con Dell’Utri e Berlusconi. Quando Berlusconi decide di entrare in politica e la costituzione di Forza Italia è già in una fase operativa, l’ex stalliere, secondo i pentiti Cannella e Calvaruso, contatta Dell’Utri in nome e per conto di Cosa Nostra, che, dopo la caduta della Prima Repubblica, è in cerca di nuovi referenti politici. Dell’Utri nel 1993 non è più solamente il segretario personale di Berlusconi, il tramite per raggiungere le sue aziende e il suo denaro. È diventato il suo braccio destro politico, l’organizzatore di Forza Italia, ed è tra coloro che più si sono battuti per la discesa in campo del Cavaliere. Intanto Mangano è diventato reggente della famiglia di Porta Nuova.
Cosa vuole da Dell’Utri? Cerca garanzie sul fatto che il nuovo partito, in cambio dell’appoggio elettorale della mafia, risponderà ad alcune esigenze politiche di Cosa Nostra: alleggerimento del 41 bis (carcere duro), della legge sui beni confiscati e del 416 bis (associazione di stampo mafioso). Ne parla tra gli altri il pentito Savatore Cucuzza, ritenuto dai giudici «un collaborante di sicura attendibilità, dotato di notevoli capacità intellettive e dialettiche, già positivamente apprezzato con riferimento ad altri argomenti». Cucuzza ha parlato di un paio di incontri avvenuti prima di giugno del 1994, tra Mangano e Dell’Utri. Di questi incontri esiste una prova documentale: le agende dello stesso Dell’Utri, che riportano due appuntamenti avvenuti il 2 e il 30 novembre 1993. Il senatore ha cercato di giustificarsi dicendo che Mangano (noto mafioso, già imprigionato per truffa e narcotraffico...) era solito andare a trovarlo nel suo ufficio (a Milano, non proprio comodo per chi vive a Palermo…) per esporgli non meglio precisati problemi di carattere personale.
Dopo questi incontri alcuni pentiti affermano che dentro Cosa Nostra è circolato l’ordine di appoggiare Forza Italia in quanto Marcello Dell’Utri avrebbe dato ampie rassicurazioni circa la possibilità di assecondare le richieste fatte dalla mafia.

La raccomandazione dell’amico Cinà. Sicuramente quella con Mangano non è l’unica frequentazione pericolosa di Dell’Utri. Il 19 aprile 1980, a Londra, partecipa al matrimonio tra Girolamo Maria Fauci e Shanon Green. Fauci è un pregiudicato che gestisce il traffico di stupefacenti per conto delle famiglie Caruana-Cuntrera tra Canada, Gran Bretagna e Italia. Dell’Utri è accompagnato da Cinà. Al ricevimento sono presenti anche Mimmo Teresi e il futuro pentito Di Carlo (quello che parlò dell’incontro a Milano nel 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri, Bontate e Teresi). Della partecipazione al matrimonio londinese di Fauci ha parlato il Di Carlo, ma è lo stesso Dell’Utri a confermare la sua presenza, dicendo però che lui si trovava a Londra per visitare una mostra sui Vichinghi e che fu condotto al ricevimento dall’amico Cinà.
Ma già nel 1977 Dell’Utri, dopo aver lasciato Silvio Berlusconi, che, secondo l’imputato, non credeva abbastanza nelle sue capacità manageriali, va a lavorare presso Filippo Alberto Rapisarda, «personaggio complesso – scrivono i giudici – i cui rapporti con diversi soggetti vicini alla criminalità organizzata, più volte emersi nel corso del dibattimento, non paiono sufficientemente chiariti». Secondo quanto emerso nel processo, il senatore azzurro viene assunto grazie alla raccomandazione di Cinà, evidentemente persona capace di influenzare Rapisarda, allora alla guida della Inim (terzo gruppo immobiliare italiano) nonostante sia – ufficialmente – solo il modesto titolare di una lavanderia. Dell’Utri diventa amministratore delegato della “Bresciano costruzioni”, un’azienda del suo gruppo, che in poco tempo fallisce. Rapisarda fugge all’estero, ospite in Venezuela dei narcotrafficanti Cuntrera-Caruana e si muove grazie a un passaporto intestato al fratello gemello di Dell’Utri, Alberto.
Lo sconto sul pizzo.
C’è poi il capitolo del pizzo pagato a Cosa Nostra da Berlusconi e dalle sue aziende. Secondo diversi pentiti, Berlusconi pagava sia all’epoca di Bontate sia dopo la sua uccisione (1981) quando, dopo la seconda guerra di mafia, a comandare erano i Corleonesi. Lo stesso Rapisarda ha dichiarato di aver saputo da Dell’Utri che, grazie alla sua mediazione, Berlusconi aveva pagato meno di quanto gli fosse richiesto. Dell’Utri ha ammesso di aver formulato queste dichiarazioni a Rapisarda, ma sostiene di averlo fatto per mera “vanteria”. Difficile capire la mentalità di chi si vanta di conoscere grandi boss mafiosi e di essere in grado di trattare con loro. Comunque le affermazioni dei pentiti unite alle dichiarazione del testimone Rapisarda, confermano ancora una volta il ruolo svolto da Dell’Utri: mediatore tra Cosa Nostra e Gruppo Berlusconi.
All’improvviso, Berlusconi all’inizio degli anni 80 richiama Dell’Utri alla sua corte e lo nomina in un ruolo strategico per il suo Gruppo: ai vertici di Publitalia 80, la società concessionaria della pubblicità per la Fininvest. Iniziativa curiosa, viste le perplessità precedentemente dimostrate sulle sue capacità dirigenziali e considerata la cattiva prova di sé data presso la “Bresciano costruzioni” di Rapisarda.
Quello che il tribunale ritiene pienamente provato è che anche sotto il dominio di Riina, la Fininvest, tramite Dell’Utri e Cinà, continua a pagare Cosa Nostra. E i rapporti continuano negli anni 90. Nel 1990, per esempio, la Standa di Catania subisce alcuni attentati a scopo estorsivo. Dietro queste azioni c’è Nitto Santapaola, capomafia di Catania, molto vicino a Riina. Secondo i pentiti e un testimone, Dell’Utri incontra Santapaola per cercare una mediazione. Quel che è certo è che gli attentati cessano all’improvviso e che la Standa non sporge denuncia.

I buchi neri. I fatti presi in considerazione dai giudici Leonardo Guarnotta (componente, negli anni 80, assieme a Falcone, Borsellino, Di Lello, del pool guidato da Caponnetto e già presidente del collegio che ha assolto in primo grado Calogero Mannino), Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari sono innumerevoli, è non è possibile trattarli tutti in questa sede, neppure sommariamente. Rinviamo per l’approfondimento alla lettura degli stralci che pubblichiamo di seguito, e al nostro sito Internet (www.narcomafie.it) per il testo integrale della sentenza.
Cio che va ribadito è che il quadro probatorio è complesso, fondato su prove documentali, filmati, fotografie, dichiarazioni di pentiti e di testimoni, nonché su dichiarazioni e ammissioni dello stesso imputato. Il quale ha tenuto una condotta processuale tutt’altro che encomiabile, visto il tentativo di inquinamento delle prove effettuato cercando di minare la credibilità di alcuni collaboratori attraverso dichiarazioni pilotate di falsi pentiti.
Rimangono tuttavia dei buchi neri in questa ricostruzione processuale. Dell’Utri è stato una pedina utile alla mafia, anzi fondamentale, esclusivamente per il suo ruolo di amico e collaboratore dell’attuale Presidente del Consiglio, che interessava alle cosche sotto diversi profili. E nonostante non si trattasse di un processo contro Berlusconi, la sua presenza ha aleggiato nell’aula del tribunale in tutti questi anni e rimbalza continuamente nelle pagine della sentenza. Berlusconi avrebbe potuto chiarire molti lati poco chiari di questa vicenda e diradare ogni fumus, ogni sospetto sul suo conto. Avrebbe potuto chiarire nei dettagli le modalità e il contesto dell’assunzione e dell’allontanamento di Mangano; avrebbe potuto chiarire la natura del rapporto con Dell’Utri, prima considerato un manager poco dotato e dopo il fallimento di Rapisarda nominato a capo di Publitalia; avrebbe potuto spiegare il senso di tante intercettazioni telefoniche in cui parla con disinvoltura di attentati e richieste di estorsione mai denunciate; avrebbe potuto chiarire l’origine di certi oscuri finanziamenti delle holding Fininvest tra il 1975 e il 1983. E tanto altro ancora. Purtroppo il 26 novembre 2002, quando i magistrati si recarono a Palazzo Chigi per sottoporgli queste e altre domande, il Presidente del Consiglio scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un suo diritto, senza dubbio. Il cui esercizio ha lasciato intatto, intorno alla verità, una densa coltre di nebbia.

 

“Un consapevole e valido apporto a Cosa Nostra”
Pubblichiamo di seguito alcuni stralci tratti dalla sentenza di condanna del senatore Dell’Utri. I titoletti di inizio paragrafo sono a cura della redazione. Eventuali errori di forma sono invece da attribuirsi all’originalità del documento.

Dal capitolo primo
LA CONOSCENZA CON CINÀ GAETANO
E MANGANO
VITTORIO

L’arrivo di Mangano ad Arcore. […] Alla stregua delle emergenze probatorie finora richiamate, costituisce un dato sostanzialmente non più contestabile (stante le sostanziali ammissioni provenienti dai soggetti direttamente protagonisti della vicenda) l’arrivo di Mangano ad Arcore per intermediazione dell’imputato Dell’Utri e del coimputato Cinà, come pure le particolari mansioni che il Mangano medesimo era stato chiamato a svolgere in quella tenuta.
Questi innegabili dati di fatto, considerata la particolare caratura criminale che in quegli anni Mangano stava assumendo, per la fitta trama di rapporti con personaggi di spicco all’interno della organizzazione mafiosa “cosa nostra” e operanti in quel periodo nel milanese (si tratta, anche in questo caso, di acquisizioni probatorie in parte definitivamente accertate anche in altri procedimenti e che sostanzialmente non possono essere più messe in discussione, sulle quali ci si soffermerà in modo più specifico in altra parte della sentenza), rimarrebbero privi di una ragionevole spiegazione ove si trascurasse di tenere conto di un particolare “modus operandi”, negli anni ’70, della criminalità organizzata di stanza a Milano.
Trattasi di numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, posti in essere in quel periodo, in relazione ai quali si deve univocamente intendere (come peraltro è dato leggere tra le righe delle dichiarazioni dello stesso imputato, sopra richiamate), la funzione di “garanzia e protezione “ che Mangano era chiamato a svolgere, a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari, in un momento in cui si era deciso il trasferimento di Berlusconi nella tenuta di Arcore, appena acquistata, trasferimento che in sé comportava inevitabili ricadute in termini di sicurezza anche per i familiari dell’imprenditore rispetto alla precedente sistemazione milanese.
Un canale di collegamento. […] Tutte le considerazioni che precedono non lasciano residuare alcun dubbio circa la “mediazione” concretamente svolta dagli odierni imputati i quali, costituendo uno specifico canale di collegamento tra l’organizzazione mafiosa “cosa nostra” (nella persona del suo più importante esponente dell’epoca, Stefano Bontate) e l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi (in evidente e rapida ascesa sulla scena economica di quella ricca regione) hanno con ciò posto in essere una condotta idonea a costituire un consapevole e valido apporto al consolidamento e rafforzamento del sodalizio mafioso, sempre pronto a cercare nuovi canali attraverso i quali riciclare i (già allora) imponenti introiti ricavati dalle attività illecite gestite ma anche, e più semplicemente, nuove fonti di guadagno attraverso la imposizione di indebite esazioni, con la conseguente configurabilità a carico di entrambi gli imputati del reato associativo in contestazione, nei termini che verranno più adeguatamente tratteggiati nella parte della sentenza riservata alle considerazioni conclusive.
Secondo il disegno di Bontate. […] In conclusione, se l’attivo coinvolgimento del Mangano nella organizzazione del sequestro D’Angerio poteva costituire agli occhi di Berlusconi violazione di quel mandato di garante assunto all’atto del suo trasferimento ad Arcore (tanto da indurlo, secondo quanto riferito da Cocuzza, ad un irrigidimento dei suoi rapporti col Mangano), il complesso delle emergenze probatorie finora richiamate lascia chiaramente intendere che questo episodio, in realtà, era destinato ad inserirsi in una più complessa strategia destinata ad avvicinare e legare maggiormente l’imprenditore Berlusconi alla organizzazione criminale, secondo un disegno al quale non appaiono affatto estranei i vertici di quel sodalizio, ed in particolare lo stesso Stefano Bontate, come viene confermato dalla attiva partecipazione al sequestro dei Grado e dello stesso Vernengo Pietro, tutti uomini d’onore della “famiglia” di Santa Maria di Gesù a capo della quale era appunto il Bontate.
Per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo al sequestro D’Angerio, è certo che Mangano rimase nella villa di Arcore almeno fino al 27 dicembre 1974, data in cui venne tratto in arresto per scontare una pena di mesi dieci e giorni 15 di reclusione (alla quale era stato condannato per il reato di truffa) e in quel luogo fece ritorno quando venne scarcerato il 22 gennaio 1975.
Gli elementi che si ricavano dalle emergenze processuali non sono invece univoci nel dimostrare il successivo periodo di permanenza del Mangano nella villa di Arcore e non consentono di datare con certezza il suo allontanamento.
[…] Peraltro, è bene non dimenticare che il dato concernente l’allontanamento di Mangano da Arcore non riguarda la posizione dell’imputato Dell’Utri, il quale non ha mai interrotto i suoi rapporti con il Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce delle sue stesse ammissioni, della caratura criminale del personaggio.

 

Berlusconi ovviamente ha un altro pare sulla situazione penale e morale di Marcello Dell'Utri:

  

 

Concludendo: i fatti qui descritti, mettono in rilievo le inquietanti conoscenze e gli episodi che certamente non volgono a favore della reputazione del dis-Onorevole Marcello Dell'Utri. Le condanne sono dei fatti non delle opinioni come spesso si vuole fa credere, altri episodi, come quelli descritti da Borsellino, non sono comprovati, anche perché il suo lavoro è stato interrotto poche settimane dopo l'intervista, dall'attentato di via D'Amelia, che lo ha visto vittima insieme agli uomini della scorta.

Quindi cosa possiamo fare noi per impedire che certi loschi personaggi dirigano la nostra amata nazione? Dobbiamo informarci, informare, guardare i fatti e non le parole, non fargli dormire sonni tranquilli, contestarli e denunciare pubblicamente quando l'incontriamo. Dobbiamo reagire. Dobbiamo essere cittadini attivi come fanno Piero Ricca e i ragazzi di Qui Milano Libera; Lecco Libera; Roma Libera; Bologna Libera e Torino Libera.

  


January 30

LA MARCIA SU ROMA!!!

 
 
 
 
Se Berlusconi scende a Roma, ci vado anche io per portargli in dono un po' di uova!!! Chi è con me? Lui ha detto che saranno milioni gli italiani che scenderanno in piazza per protestare, minacciando così il Presidente della Repubblica, ma è sicuro che scenderanno contro Napolitano? Facciamogli una sorpresa!!!
 
Dal Blog di Beppe Grillo:
 
 
Lo psiconano minaccia la marcia su Roma se non si vota subito con la legge porcata che fece approvare in tutta fretta nel 2006. La legge mantenuta in vita allegramente per due anni dal centro sinistra TOGLIE al cittadino il voto di preferenza. Vuol dire, ad esempio, che Cuffaro e Cirino Pomicino possono essere eletti senatori da Casini e da Berlusconi e i cittadini possono solo stare a guardare.
Testa d’asfalto non le manda a dire sul rinvio delle elezioni: "Milioni di italiani si riverserebbero a Roma per chiederle”. Bossi ha
rincarato la dose: “Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Ci mancano un po' di armi, ma prima o poi quelle le troviamo”. Qualche simpatizzante gli ha inviato dei proiettili calibro 38, così si porta avanti con le munizioni. In un Paese normale queste persone sarebbero almeno agli arresti domiciliari.
Il probabile futuro capo del governo, del quale abbiamo perso il numero di prescrizioni, ha
un paio di processi aperti. Uno per corruzione in atti giudiziari insieme all'avvocato David Mills che dovrebbe concludersi ad aprile. Straordinaria coincidenza con le elezioni anticipate. E per il quale rischia sei anni di carcere. Un altro per presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset. In nessuna democrazia del mondo una persona potrebbe candidarsi premier con due processi a carico. Pensate a Obama o a Hilary accusati di corruzione. Ho il sospetto che l’Italia non sia più, da tempo, una democrazia, ma una dittatura morbida.
Alla marcia su Roma va data una risposta ferma e implacabile. Italiani!!!!!!!!!!
Tutti alla “Gita su Roma”. Se lo psiconano suonerà le sue trombe, noi suoneremo le nostre campane. In caso di marcia organizzerò una gita turistica di massa nella Città Eterna. Il percorso si snoderà attraverso le sedi di partito. Un’occasione irripetibile per vedere dal vivo i ruderi della politica. E fotografare i nostri dipendenti. Un evento da raccontare ai nipoti. Meglio della caduta del Muro di Berlino. Italiani!!!!!!!!!
January 29

LETTERA DI ADDIO DI DE MAGISTRIS ALL'ANM

 

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24 gennaio 2008

DICO ADDIO ALLA CASTA DEI GIUDICI

di Luigi De Magistris

 

Già da alcuni mesi avevo deciso – seppur con grande rammarico – di dimettermi dall’Associazione Nazionale Magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere. Adesso è il tempo che “tutti i nodi vengano al pettine”. Vado via da un’associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i agistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta – con le condotte ed i comportamenti di questi anni – portando, addirittura, all’affievolimento ed all’indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione. L’A.N.M. – che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura – negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura “normalizzata” non sapendo e non volendo “stare vicino” ai tanti colleghi (sicuramente i più “bisognosi”) che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento; ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti; ha contribuito – di fatto – a rendere sempre più arduo l’esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge. L’A.N.M. è divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al C.S.M., dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il “giro”, si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole. Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall’interno, l’associazionismo giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun margine. Lascio, pertanto, l’A.N.M., donando il contributo ad associazioni che, nell’impegno quotidiano antimafia, cercano di garantire l’indipendenza concreta della magistratura molto meglio dell’associazionismo giudiziario. Non vi è dubbio che anche il Consiglio Superiore della Magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata. I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti solo alla legge. So bene che all’interno di tutte le correnti dell’A.N.M. vi sono colleghi di prim’ordine, ma questo sistema di funzionamento dell’autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile. Il C.S.M. deve essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza. Non è possibile assistere ad indegne omissioni o interventi inaccettabili dell’A.N.M., come ad esempio negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere. Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli – da parte anche di magistrati, non solo operanti in Calabria – sulla mia vicenda perché di quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro. Certo, lo spettacolo che mi ha visto in questi giorni protagonista, in un processo disciplinare che mi ha lasciato senza parole, ha contribuito a radicare in me la convinzione che questo sistema ormai è divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che ancora sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo ormai al capolinea. Io sono orgoglioso – sembrerà paradossale – che questo C.S.M. mi abbia inflitto la censura con trasferimento d’ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo. Ed anche scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un mio amico antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò mettere il dispositivo della sentenza dietro la scrivania del mio ufficio ed indicare a tutti quelli che me lo chiederanno le vere ragioni del mio trasferimento. La mia condanna disciplinare è grave e infondata, nei confronti della stessa farò ricorso alle sezioni unite civili della Suprema Corte di Cassazione confidando in giudici sereni, onesti, imparziali, in poche parole giusti. La condanna è, poi, talmente priva di fondamento, da ogni punto di vista, che la considero anche inaccettabile. Mi viene inflitta la censura, devo lasciare Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che vi fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere. Del resto il procuratore generale che rappresentava l’accusa in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto che concepisco le mie funzioni come una missione. Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso, contribuisce ad affievolire l’indipendenza della magistratura, conduce ad indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina verso una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il maglio e la clava del processo disciplinare. Il rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, il dr Vito D’Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci anni è stato anche presidente della Giunta della Regione Marche, ha sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non rappresento, in modo adeguato, il modello di magistrato. Ed invero, il modello di magistrato al quale mi sono ispirato è quello rappresentato da mio nonno magistrato (che ha subito anche due attentati durante l’espletamento delle funzioni), da mio padre (che ha condotto processi penali di estrema importanza in materia di terrorismo, criminalità organizzata e corruzione), dai miei magistrati affidatari durante il tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti conosciuti in questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed imparare, sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili, dall’esperienza professionale nell’esercizio di un mestiere al quale ho dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il mio modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Il modello “castale” e del magistrato “burocrate” non mi interessa e non mi apparterrà mai, nessuna “quarantena” in altri uffici, nessun “trattamento di recupero” nelle pur nobili funzioni giudicanti, potrà mutare i miei valori, né potrà far flettere, nemmeno di un centimetro, la mia schiena. Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto ammetterlo, un magistrato che per il “sistema” è “deviato ed eversivo”. Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro professionale alla bontà del mio lavoro. Certo è una sentenza che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente mortificante. Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che ha sempre professato e praticato l’amore immenso per quel mestiere, di non poterlo più fare – sol perché ha “osato”, in pratica, indagare un sistema devastante di corruzione e cercato di evitare che una “rete collusiva” ostacolasse il proprio lavoro e, quindi, condannandolo per avere, in definitiva, rispettato la legge – è un po’ come dire ad un chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un investigatore di polizia giudiziaria che deve pensare ai servizi amministrativi. Farò di tutto, con passione ed  ntusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per dimostrare quanto ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno immane abbia prodotto per l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati,ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra (che continuerò sempre ad amare comunque finisca questa “storia”) che aveva bisogno di ben altri “segnali” istituzionali. Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi – prima del mio probabile allontanamento “coatto” dalla Calabria – presso la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a termine le indagini più delicate pendenti. Non mi sottrarrò ad eventuali dibattiti pubblici anche tra i lavoratori, tra gli operai, tra gli studenti, nei luoghi in cui vi è sofferenza di diritti, per contribuire – da cittadino e da magistrato, con la mia forza interiore – al consolidamento di una coscienza civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo sinceramente democratico. Il Paese deve, comunque, sapere che vi sono ancora magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per la tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei deboli allo stesso modo) e che non si faranno né intimidire, né condizionare, da alcun tipo di potere, da nessuna casta, esercitando le funzioni con piena indipendenza ed autonomia, in una tensione ideale e morale costituzionalmente orientata, in ossequio, in primo luogo, all’art. 3 della Costituzione repubblicana. La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà sempre di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese vi sono ancora, però, energie e valori, anche importanti. Si deve costruire una rete di rapporti – fondata sui valori di libertà, uguaglianza e fratellanza – che impedisca all’Italia di crollare definitivamente proprio sul terreno fondamentale dei diritti e della giustizia. È il momento che ognuno faccia qualcosa – in questa devastante deriva etica e pericoloso decadimento dei valori – divenendo protagonista per contribuire al bene della collettività e del prossimo, non lasciando l’Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri.

Luigi De Magistris

 

 

January 23

LETTERA DI ANTONIO DI PIETRO A PRODI

 
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Riporto la lettera che Antonio Di Pietro a scritto al Presidente del Cosiglio Romano Prodi, riguardante la condanna di cinque anni al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro:
 
 
 
Il Ministro delle Infrastrutture

al Presidente del Consiglio dei Ministri
On.le Prof. Romano PRODI

e, p.c., al Ministro della giustizia
On.le Prof. Romano PRODI

al Ministro dell’interno
on. prof. Giuliano AMATO
 
al Ministro degli affari regionali
on. Linda LANZILLOTTA

OGGETTO: Sospensione dalla carica di Presidente della Regione Siciliana dell’On.le
Salvatore Cuffaro.
 
come Ti è noto, il 18 gennaio scorso il Tribunale di Palermo ha pronunciato sentenza di condanna per favoreggiamento e rivelazione di segreto nei confronti del Presidente della Regione siciliana.
I fatti addebitati al Presidente Cuffaro ed accertati dal Tribunale con la sentenza di primo grado, emergono nella loro estrema gravità, non solo per come attestato dalla pesante pena irrogata (cinque anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici), ma soprattutto in quanto si tratta di comportamenti di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio su indagini riguardanti affiliati mafiosi.
Al riguardo mi preme sottolineare due ordini di considerazioni.
In primo luogo, la condivisione sulle modalità per intervenire sulla vicenda, facendo puntuale applicazione di quanto già l’ordinamento vigente impone. Infatti, al riguardo, l’articolo 15, comma 4-bis della legge 19 marzo 1990, n. 55, prevede la sospensione di diritto, anche in caso di condanna non definitiva, tra gli altri, per ipotesi di delitti di favoreggiamento personale o reale, commesso in relazione ai delitti indicati nel comma 1, lett. a) dello stesso articolo 15. Nel novero di tali reati figura, tra gli altri, quello previsto dall’articolo 416-bis del codice penale, e cioè quello di associazione di tipo mafioso. Dagli atti risulta che la condotta di favoreggiamento posta in essere dall’on.le Cuffaro è stata riconosciuta dal Tribunale, sebbene in forma non specificamente aggravata, in favore di
affiliati alla predetta associazione, e pertanto comunque “in relazione” allo stesso titolo di delitto, come espressamente richiede la disposizione normativa in esame.
Peraltro, anche la sopravvenuta abrogazione del citato articolo 55 ad opera dell’articolo 274 del testo unico degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto
2000, n. 267, ne ha comunque mantenuto salda la vigenza quanto ai (tra gli altri) consiglieri regionali, come prevede il citato articolo 274, comma 1, lett. p).
Come è noto, il percorso istituzionale prevede, ai sensi dell’articolo 15, comma 4-ter della legge n. 55 del 1990, che proprio il Presidente del Consiglio dei Ministri, sentiti il Ministro per gli affari regionali e il Ministro dell’interno, adotta il provvedimento che accerta la sospensione. Tale esito, come è evidente, discende, per fatti di gravità così gravemente acclarata, dall’esigenza di garantire, nelle more dell’accertamento giudiziale definitivo, la tutela dell’interesse pubblico, leso dalla permanenza in carica e dallo svolgimento delle relative funzioni istituzionali da un soggetto rispetto al quale è stato accertato il venir meno di un requisito essenziale per continuare a ricoprire un ufficio pubblico elettivo.
Ma, soprattutto, mi preme mettere in evidenza una seconda considerazione.
Come Ministro della Repubblica, e soprattutto come cittadino, sono sconcertato dalla reazione che ha caratterizzato il comportamento del Presidente della Regione Sicilia rispetto alla sentenza che lo ha condannato e che, a chiunque abbia dignità e rispetto verso le istituzioni, avrebbe dovuto suggerire soltanto di prendere la decisione di dimettersi e farsi da parte per tutelare sopra ogni altra esigenza la necessità che le istituzioni pubbliche al cui servizio esclusivo ciascuno dovrebbe operare, non rimangano anche indirettamente o minimamente turbate o pregiudicate nella loro credibilità di fronte alla collettività da fatti di tale estrema gravità.
Ritengo, pertanto, che il Governo non possa rimanere inerte rispetto alla vicenda in questione e che sia indispensabile l’adozione di misure concrete, in conformità a quanto previsto dall’ordinamento, volte ad assicurare il primato della legge ed il pieno rispetto del principio di legalità, restituendo, in tal modo, credibilità ed autorevolezza alle istituzioni dello Stato.
Non solo, in questa vicenda, emerge l’esigenza di dare integrale attuazione a quanto già prevede l’ordinamento, come segnalato. Quanto soprattutto risulta impossibile non provvedere con la massima urgenza.
Si tratta di un adempimento doveroso, per il rispetto che tutti dobbiamo alle istituzioni e alla legge. Ma, ancora prima, per il debito morale che ancora dobbiamo saldare con le tante, troppe vittime della mafia e con i loro congiunti, testimoni perenni di come l’impegno etico e civile sul quale è costruita la nostra speranza di convivenza ordinata, capace di non arretrare neppure di fronte al sacrificio più estremo e alla violenza più odiosa, non può certo tollerare per un solo giorno ancora un’ombra così inquietante su istituzioni talmente prestigiose.
Mai come in questa vicenda l’esigenza di fare, e far presto, costituisce la doverosa forma di adempimento della legge che deve distinguere una classe dirigente degna di questo appellativo da una solo ipocrita e meschina.
Sono convinto che non sei sordo a queste esigenze, e in maniera condivisa sapremo esprimerne la risposta più convinta e degna del rispetto che anche così si deve a chi ha preferito sacrificarsi alla mafia, più che rivelarle segreti d’ufficio.
Antonio Di Pietro
January 19

IN QUESTO MONDO DI LADRI... IN QUESTA ITALIA DI MAFIOSI

 
   
 
L'Italia è perduta... Non ha speranza, col tempo la situazione peggiora sempre più! Mastella si è dimesso per lo scandalo che lo ha investito, non prima di aver combinato abbastanza danni: ha fatto in tempo a fare l'indulto, una riforma della giustizia scandalosa, aver fatto trasferire De Magistris e ha ricattato continuamente il governo al quale apparteneva. Ma le sventure di questi tempi sono abbondanti: si, è stato condannato Totò Cuffaro, ma gli sono stati dati solo 5 anni (-3 per l'indulto = sotto i 3 anni di condanna non si finisce in galera) per favoreggiamento e rivelazioni di segreti d'ufficio, ma è stato scandalosamente prosciolto dall'accusa di favoreggiamento alla mafia. Come già anticipato prima De Magistris è stato condannato e gli è stata inibita la possibilità di lavorare come pm e ordinato il trasferimento, come avvenuto precedentemente per la collega Clementina Forleo, alla quale il CSM ha chiesto il trasferimento per incopatibilità ambientale!
Come dice Grillo, prima i magistrati si eliminavano con il tritolo e le pallottole (es. Falcone, Borsellino, Chinnici, ecc...) ora ci pensa il Ministro della Giustizia!
La casta politica si chiude a riccio ogni qual volta che viene messa sul nbanco degli imputati, ed ecco che vengono sfornate leggi contro le intercettazioni, indulti, amnistie, leggi ad personam, "leggi contro presonam", ispettori nei palazzi della giustizia dove si indagano i potenti, grazie a personaggi corrotti, ecc...
Come fanno ad accettarci le comunità internazionali? Se fossi al posto di esponenti dell'UE chiederei l'espulsione dell'Italia dalla Comunità Europea, o se fossi il presidente dell'ONU chiederei delle sanzioni nei nostri confronti!
A questo punto non vedo vie d'uscita, temo che il virus della nostra nazioni possa superare i confini nazionali, ed infettare gli altri paesi. Io credo che a questo punto ci sia una sola soluzione: IL PUGNO DI FERRO!!! L'INSURREZIONE POPOLARE!
 
 
 
LASICILIA.IT
 
 
Il presidente della Regione: "Non mi dimetto"  

PALERMO - Ha trascorso una notte insonne, dopo la tensione accumulata in questi giorni e la sentenza che ieri la ha condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio assolvendolo però dall'accusa più pesante, quella di avere favorito Cosa nostra. Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro questa mattina è apparso più disteso; quando è sceso di casa ha trovato ad attenderlo, sotto la sua abitazione, un gruppo di fedelissimi che lo aspettavano fin dalle prime ore dell'alba.
Cuffaro non è riuscito a trattenere la commozione, mentre abbracciava a uno a uno amici e conoscenti. "La cosa che mi dà più gioia - ha detto - e quella di avere finalmente riportato la serenità nella mia famiglia. In questi anni ho vissuto con il rimorso di avere dato ai miei cari un dolore grandissimo: quello di vedermi indagato e processato per collusione alla mafia, io che l'ho sempre combattuta. Oggi il rimorso non c'è più perché questa accusa infamante è stata cancellata e, soprattutto, perchè ho visto finalmente la mia famiglia un po' più serena".
Il presidente ha ribadito la sua intenzione di non dimettersi: "Torno al lavoro, dopo questo calvario, per continuare a fare quello per cui i siciliani mi hanno rieletto, apprezzando la mia scelta di lasciare il Parlamento europeo e il Senato della Repubblica che mi avrebbe consentito di ottenere l'immunità. E' l'unica risposta che posso dare in cambio dello straordinario affetto che mi è stato dimostrato dai siciliani, nel tentativo di ripagare il bene che mi hanno voluto e continuano a volermi".
Il governatore ha anche commentato la richiesta di dimissioni avanzate da alcuni esponenti dell'opposizione: "Avevo detto che mi sarei dimesso se fossi stato condannato per un reato infamante come quello di avere favorito la mafia, questo non è successo. Cuffaro rimane al lavoro fino al 2011, non si farà attrarre da chimere di candidature alle nazionali perché dopo quello che hanno fatto i siciliani per me è giusto che io rimanga qui a lavorare".
"Io ho rispettato la magistratura essendo un imputato modello - continua -, ora mi aspetto che i pm facciano lo stesso nei miei confronti. Ci sono tre gradi di giudizio: sono riuscito a dimostrare l'infondatezza del reato più infamante, quella di avere favorito la mafia, sono convinto che negli altri due gradi sarò assolto anche dalle altre accuse".
"Il tribunale - sottolinea il governatore - ha cancellato l'accusa che io sia colluso con la mafia o, come sostengono i miei avvocati, che abbia anche favorito il singolo boss. Per il semplice fatto che io avrei rivelato queste notizie, ammesso che fosse vero, al medico Domenico Miceli e all'imprenditore Michele Aiello, che non erano indagati per mafia".
Cuffaro ripercorre anche quello che definisce il suo lunghissimo "calvario" giudiziario, cominciato nel 2003 con l'accusa di corruzione, poi archiviata, "per avere preso una tangente da una persona  che non era nemmeno indagata. Questa tangente l'avrei presa nel '93 in cambio di un decreto firmato dall'on Salvo Lima. L'accusa di corruzione è caduta intanto perché un parlamentare europeo non firma decreti, ma questo è poca cosa rispetto al fatto che nel '93 l'on. Lima era già morto da 18 mesi".
Il presidente della Regione osserva: "Sarebbe bastato un po' più di attenzione da parte dei pm che allora seguivano l'inchiesta per evitare che si facesse tanto clamore". Cuffaro ricorda poi che l'indagine era stata avviata su input di un pentito "tale Lanzalaco, che parlava da oltre dieci anni e che fino ad allora non aveva detto niente di me".
Caduta l'accusa di corruzione, rimaneva quella di concorso in associazione mafiosa: "Hanno messo sotto sopra la mia vita - sottolinea il governatore -, quella dei miei familiari, dei miei amici, forse anche dei miei elettori; hanno messo sotto controllo due milioni di telefonate e vent'anni della mia vita politica. Dopo di ciò hanno dovuto archiviare il reato di concorso per trasformarlo in favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Il tribunale ieri ha finalmente cancellato anche l'accusa che io sia colluso con la mafia".
Cuffaro ha detto di avere ricevuto centinaia di telefonate da esponenti politici e istituzionali, "da Casini a Cesa, da Berlusconi a Cossiga", ma ha sottolineato di essere stato colpito "dall'afflato collettivo della gente comune, migliaia di persone che si sono strette attorno a me per dimostrarmi il loro affetto". Il governatore ha aggiunto di essere rimasto particolarmente commosso da una signora novantenne, moglie del pittore Gianbecchina: "E' arrivata di corsa davanti al portone di casa mia per abbracciarmi tra le lacrime. E' stata una cosa che mi ha toccato profondamente".
Dopo avere preso un caffè nel bar vicino casa, davanti a Villa Sperlinga, sempre assediato dai suoi sostenitori Cuffaro ha rilasciato alcune interviste televisive. In mattinata sarà a Palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione, per "tornare al lavoro", come aveva dichiarato ieri subito dopo avere assistito alla lettura del verdetto che lo scagiona dall'accusa di mafia. 
19/01/2008 
 
 
   
 
 
Le altre condanne:
 
 

Talpe alla Dda”, le altre condanne I giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Vittorio Alcamo, oltre alla condanna a cinque anni di carcere per il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, hanno condannato, nel complesso, a 40 anni di carcere gli altri imputati del processo, con una sola assoluzione.


- L’ex manager della sanità privata Michele Aiello è stato condannato a 14 anni di reclusione. Le accuse erano di associazione mafiosa, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, truffa, accesso abusivo al sistema informatico della Procura e corruzione;
- Il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, accusato di associazione mafiosa, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, accesso abusivo al sistema informatico della Procura, corruzione e interferenze illecite nella vita privata altrui, ha subito una condanna a 7 anni;
- Il radiologo Aldo Carcione, imputato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura è stato condannato a 4 anni e 6 mesi;
- Pena di 6 mesi inflitta all’ex segretaria della Procura Antonella Buttitta per rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura;
- 1 anno a Roberto Rotondo e 3 anni a Giacomo Venezia per favoreggiamento;
- 9 mesi a Michele Giambruno per truffa e corruzione;
- Accusati di corruzione, Adriano La Barbera, Salvatore Prestigiacomo e Angelo Calaciura, hanno subito condanne rispettivamente per anni 2, mesi 9, e anni 2;
- Lorenzo Iannì, accusato di truffa è stato condannato a 4 anni e 6 mesi e a 1500 euro di multa;
- Assolto Domenico Olivieri, accusato di truffa;
- Le società “Atm – Alte Tecnologie Medicali” e “Diagnostica per immagini Villa Santa Teresa”, entrambe accusate di truffa, si sono viste concedere le attenuanti generiche e infliggere condanne al pagamento di, rispettivamente, 400 mila e 600 mila euro.

cuffaro mafioso 

                                                   lamafiafaschifo


 

 
 

Grasso-Cuffaro, è polemica
Botta e risposta a distanza tra i due all'indomani della sentenza sulle talpe alla Dda. Il procuratore nazionale antimafia: "Favorì i singoli indagati per mafia". Il governatore: "Non ha letto la sentenza?".


PALERMO - Sulla sentenza del processo per le talpe alla Dda si registra uno scontro tra accusa e difesa sul capo di imputazione per il quale i giudici della terza sezione del tribunale hanno ritenuto colpevole il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, di favoreggiamento semplice e rivelazione di segreto d'ufficio, senza l'aggravante prevista dall'articolo 7 per avere avvantaggiato Cosa Nostra.
Tutto ruota attorno all'aiuto che, secondo quanto sostenuto dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e dal Procuratore di Palermo Francesco Messineo, Cuffaro avrebbe fornito a "singoli indagati per mafia" anche se non all'organizzazione Cosa Nostra nel suo complesso. Una tesi che viene invece confutata dai difensori di Cuffaro, per i quali non ci sarebbe alcun favoreggiamento a boss mafiosi.
L'imputazione di favoreggiamento fa riferimento al capo "Q" in cui si legge: "per il delitto di cui agli artt. 81 cpv., 110, 378 commi 1 e 2, c.p. e 7 l. n. 203/1991, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in concorso con altri soggetti ignoti e con Antonio Borzacchelli, maresciallo dell'Arma dei Carabinieri in aspettativa perchè eletto deputato dell'Assemblea Regionale Siciliana, aiutato, con le modalità di cui al capo che precede (la rivelazione del segreto d'ufficio ndr), Domenico Miceli, Salvatore Aragona e Giuseppe Guttadauro, sottoposti ad indagine, il primo per il delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis c.p.(concorso esterno in associazione mafiosa ndr), il secondo ed il terzo per il delitto di cui all'art. 416 bis c.p. (associazione mafiosa ndr), ad eludere le investigazioni che li riguardavano, commettendo il fatto al  fine di agevolare l'attività dell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra; In Palermo ed altrove, nella primavera - estate del 2001".
Immediata la risposta di Cuffaro: "Probabilmente il procuratore non ha letto la sentenza per intero. È stata studiata dai miei avvocati e sostiene che non solo non è stato favorito l'intero sistema mafioso ma neanche il singolo mafioso. Non ho motivo di non credere ai miei avvocati".
"Certamente cinque anni sono tanti - dice Cuffaro - nei prossimi giorni, quando avremo letto per intero le motivazioni che la Corte darà, io e i miei avvocati sosterremo le ragioni del mio comportamento. So di non aver violato alcun segreto d'ufficio perchè non avevo nessun segreto e nessuna notizia da dare".
19/01/2008 

 

 

AMMAZZATECITUTTI.ORG

http://www.ammazzatecitutti.org/editoriale/luigi-de-magistris-trasferito-ingiustizia-fatta.php

Luigi De Magistris trasferito: ingiustizia è fatta.       

Il Consiglio Superiore della Magistratura, evidentemente appesantito in maniera determinante dalla sua componente politica, con la decisione della sua sezione disciplinare di disporre il trasferimento di sede ed il cambio di funzioni giudiziarie per il dr. Luigi De Magistris ha scritto una delle pagine più dolorose e ingiuste della sua storia.
I componenti del Csm, presieduti dall’ex democristiano avellinese Nicola Mancino, anziché dare un segnale di coraggio e di dignità istituzionale, hanno deciso di chinare il capo pavidamente schierandosi dalla parte dei poteri forti.
Quei poteri che De Magistris aveva inchiodato, per la prima volta nella storia della Calabria, alle loro immonde responsabilità di predoni e responsabili del latrocinio pluridecennale che aveva portato un fiume enorme di denaro nelle loro tasche, facendo scivolare la Calabria sempre più in basso nelle classifiche nazionali per disoccupazione, povertà, disperazione.
Quei poteri forti che tramite alcuni rappresentanti giustamente inquisiti da De Magistris non hanno avuto remore a dire esplicitamente nelle loro losche telefonate che bisognava “farlo fuori”.
E così oggi ingiustizia è fatta.
Incredulità e sgomento sono i primi sentimenti che ci sentiamo di esprimere di fronte alla sentenza della sezione disciplinare del Csm. Questa condanna non solo ha il sapore della beffa, ma ci indigna nel pensare al ghigno di sollievo che nell’ascoltarla avranno avuto i ben noti personaggi pesantemente coinvolti nel sacco della Calabria.
Anche se Luigi De Magistris dovesse aver commesso qualche errore formale, qualche imperfezione burocratica nelle sue procedure, riteniamo che molto più sereno e benevolo doveva essere il giudizio disciplinare, soprattutto in considerazione dell’enorme mole di lavoro svolta, con pochissimi mezzi, da questo giovane magistrato.
Oggi invece questi possibili errori e queste umane imperfezioni sono stati presi, a nostro avviso, a pretesto per comminare una condanna non al metodo, come ci si vuole far credere, ma al merito delle inchieste.
Noi tutti ci stringiamo attorno al dr. De Magistris, gli testimoniamo pubblicamente la nostra stima immutata e lo incitiamo a percorrere tutte le strade possibili per appellare questa iniqua decisione.
Non lo faccia solo per il suo onore, lo faccia per tutti i calabresi onesti e per i centomila cittadini che hanno sottoscritto la petizione a suo favore.

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo;
Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe;
Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino;
Aldo Pecora, portavoce di “Ammazzateci tutti”;
Emiliano Morrone, direttore resp. “La Voce di Fiore” e autore di “La società sparente”;
Giovanni Pecora, coordinamento “Rete per la Calabria”;
Giorgio Durante, presidente “Calabrialibre”;
Francesco Lo Giudice, Movimento del Sole,
Francesco Saverio Alessio, Ass. Emigrati.it e autore di “La società sparente”;
Francesco Precenzano, presidente “Gens”;
Francesco Siciliano, legale associazioni antimafia calabresi;
Gianfranco Saccomanno, legale associazioni antimafia calabresi e presidente Ass. “Città del Sole”

di Redazione    
sabato 19 gennaio 2008

forleo e de magistris  forleo e de magistris

 

 

http://www.ammazzatecitutti.org/ultime/moglie-mastella-arrestata-per-concussione.php

Moglie Mastella arrestata per concussione

ROMA (Reuters) - La procura di Santa Maria Capua Vetere ha disposto gli arresti domiciliari per Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie del ministro della Giustizia Clemente Mastella, con l'accusa di concussione.
Lo hanno confermato in mattinata fonti governative, mentre la moglie del Guardasigilli aveva detto di aver appreso del provvedimento che la riguarderebbe dalla tv e di sentirsi "assolutamente serena".
L'ordinanza di arresto le è stata recapitata nel primo pomeriggio a Ceppaloni (in provincia di Benevento), dove abita la famiglia Mastella , ha detto un portavoce della Lonardo.
"Apprendo dalla televisione una notizia sconcertante, che sarebbero stati disposti gli arresti domiciliari nei miei confronti per tentata concussione. Mi sento assolutamente serena, non ho nulla da temere e fornirò all'autorità giudiziaria qualunque chiarimento che mi venga richiesto", ha affermato Lonardo.
Il provvedimento restrittivo è stato deciso nell'ambito dell'inchiesta condotta dai magistrati di Santa Maria Capua Vetere sulla sanità campana.
Raggiunto questa mattina al telefono da Reuters, il procuratore capo della cittadina casertana Mariano Massei ha detto di non poter confermare né smentire la notizia, aggiungendo che la procura emetterà in merito un comunicato più tardi.
"Se c'è una violazione del segreto d'ufficio, ognuno ne risponderà penalmente", ha sottolineato, riferendosi alle anticipazioni dei media.
"NESSUNA DAZIONE DI DENARO, SOLO UN CONTRASTO POLITICO"
Il legale della famiglia Mastella, Titta Madia, ha fatto sapere che "non c'è in ballo una dazione di danaro o altri vantaggi, ma solo un contrasto di carattere politico fra la signora Mastella e il direttore dell'ospedale di Caserta relativamente alla nomina di un medico".
L'avvocato ha aggiunto che l'ordinanza di custodia cautelare è firmata dal gip Francesco Chiaromonte su richiesta del pm Alessandro Cimmino.
"Credo che anche questo sia l'amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo. Affronto tranquilla anche questa battaglia", conclude il comunicato della moglie del leader dell'Udeur.
L'inchiesta ha portato all'emissione di quattro provvedimenti di custodia cautelare in carcere, 19 arresti domiciliari -- tra questi il capogruppo dell'Udeur in consiglio regionale e un consigliere dell'Udeur -- e tre sospensioni da pubblica funzione, una delle quali riguarda il prefetto di Benevento, Giuseppe Urbano. Lo hanno riferito fonti giudiziarie e della Regione.
L'inchiesta coinvolge due assessori regionali della Campania, entrambi dell'Udeur, il partito di Mastella: Luigi Nocera, responsabile dell'Ambiente, e Andrea Abbamonte, responsabile del personale. Lo hanno riferito fonti della Regione, che non hanno saputo dire se siano stati emessi provvedimenti restrittivi verso di loro.
In seguito alla vicenda, questa mattina in Aula alla Camera il ministro Mastella ha annunciato le sue dimissioni.
"Sono fiera di lui, è un uomo eccezionale, ma non ne avevo dubbi", ha commentato ai microfoni del Tg1 la signora Mastella, aggiungendo che al contrario del marito lei non ha alcuna intenzione di lasciare il suo posto di presidente del Consiglio regionale della Campania.
"Ha dimostrato quello che è: un uomo per bene. Continueremo insieme le nostre battaglie".
 
di Redazione    
giovedì 17 gennaio 2008

moglie e mastella 

 

Ed ecco il discorso di dimissione di Clemente Mastella, accompagnato da vergognosi scroscianti applausi di tutta la camera ad eccezione dei parlamentari dei Verdi e Dell'Italia dei Valori:

 

Prima Parte

   

 

Seconda Parte

   

 

L'unico commento contrario al discorso di Mastella avvenuto il giorno precendente:

 

January 15

SGARBI. NO COMMENT!

 
                           Sgarbi con Truffa
 
Certa gente dovrebbe essere condannata a far ripetere sempre le loro stronzate in pubblico finché non stramazzino per la vergogna!
Riporto parte della punta di Confronti andata in onda il 4 gennaio 2008 alle 23.15 su Rai 2, dove vedava affrontarsi Vittorio Sgarbi e Marco Travaglio.
 
 
Magistratura
 
 
 
 
Etica pubblica