| Danilo Dante's profileAPRIAMO GLI OCCHIPhotosBlogLists | Help |
|
January 30 LA MARCIA SU ROMA!!!Se Berlusconi scende a Roma, ci vado anche io per portargli in dono un po' di uova!!! Chi è con me? Lui ha detto che saranno milioni gli italiani che scenderanno in piazza per protestare, minacciando così il Presidente della Repubblica, ma è sicuro che scenderanno contro Napolitano? Facciamogli una sorpresa!!!
Dal Blog di Beppe Grillo:
Lo psiconano minaccia la marcia su Roma se non si vota subito con la legge porcata che fece approvare in tutta fretta nel 2006. La legge mantenuta in vita allegramente per due anni dal centro sinistra TOGLIE al cittadino il voto di preferenza. Vuol dire, ad esempio, che Cuffaro e Cirino Pomicino possono essere eletti senatori da Casini e da Berlusconi e i cittadini possono solo stare a guardare. Testa d’asfalto non le manda a dire sul rinvio delle elezioni: "Milioni di italiani si riverserebbero a Roma per chiederle”. Bossi ha rincarato la dose: “Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Ci mancano un po' di armi, ma prima o poi quelle le troviamo”. Qualche simpatizzante gli ha inviato dei proiettili calibro 38, così si porta avanti con le munizioni. In un Paese normale queste persone sarebbero almeno agli arresti domiciliari. Il probabile futuro capo del governo, del quale abbiamo perso il numero di prescrizioni, ha un paio di processi aperti. Uno per corruzione in atti giudiziari insieme all'avvocato David Mills che dovrebbe concludersi ad aprile. Straordinaria coincidenza con le elezioni anticipate. E per il quale rischia sei anni di carcere. Un altro per presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset. In nessuna democrazia del mondo una persona potrebbe candidarsi premier con due processi a carico. Pensate a Obama o a Hilary accusati di corruzione. Ho il sospetto che l’Italia non sia più, da tempo, una democrazia, ma una dittatura morbida. Alla marcia su Roma va data una risposta ferma e implacabile. Italiani!!!!!!!!!! Tutti alla “Gita su Roma”. Se lo psiconano suonerà le sue trombe, noi suoneremo le nostre campane. In caso di marcia organizzerò una gita turistica di massa nella Città Eterna. Il percorso si snoderà attraverso le sedi di partito. Un’occasione irripetibile per vedere dal vivo i ruderi della politica. E fotografare i nostri dipendenti. Un evento da raccontare ai nipoti. Meglio della caduta del Muro di Berlino. Italiani!!!!!!!!! January 29 LETTERA DI ADDIO DI DE MAGISTRIS ALL'ANM
24 gennaio 2008 DICO ADDIO ALLA CASTA DEI GIUDICI di Luigi De Magistris
Già da alcuni mesi avevo deciso – seppur con grande rammarico – di dimettermi dall’Associazione Nazionale Magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere. Adesso è il tempo che “tutti i nodi vengano al pettine”. Vado via da un’associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i agistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta – con le condotte ed i comportamenti di questi anni – portando, addirittura, all’affievolimento ed all’indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione. L’A.N.M. – che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura – negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura “normalizzata” non sapendo e non volendo “stare vicino” ai tanti colleghi (sicuramente i più “bisognosi”) che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento; ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti; ha contribuito – di fatto – a rendere sempre più arduo l’esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge. L’A.N.M. è divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al C.S.M., dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il “giro”, si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole. Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall’interno, l’associazionismo giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun margine. Lascio, pertanto, l’A.N.M., donando il contributo ad associazioni che, nell’impegno quotidiano antimafia, cercano di garantire l’indipendenza concreta della magistratura molto meglio dell’associazionismo giudiziario. Non vi è dubbio che anche il Consiglio Superiore della Magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata. I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti solo alla legge. So bene che all’interno di tutte le correnti dell’A.N.M. vi sono colleghi di prim’ordine, ma questo sistema di funzionamento dell’autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile. Il C.S.M. deve essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza. Non è possibile assistere ad indegne omissioni o interventi inaccettabili dell’A.N.M., come ad esempio negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere. Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli – da parte anche di magistrati, non solo operanti in Calabria – sulla mia vicenda perché di quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro. Certo, lo spettacolo che mi ha visto in questi giorni protagonista, in un processo disciplinare che mi ha lasciato senza parole, ha contribuito a radicare in me la convinzione che questo sistema ormai è divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che ancora sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo ormai al capolinea. Io sono orgoglioso – sembrerà paradossale – che questo C.S.M. mi abbia inflitto la censura con trasferimento d’ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo. Ed anche scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un mio amico antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò mettere il dispositivo della sentenza dietro la scrivania del mio ufficio ed indicare a tutti quelli che me lo chiederanno le vere ragioni del mio trasferimento. La mia condanna disciplinare è grave e infondata, nei confronti della stessa farò ricorso alle sezioni unite civili della Suprema Corte di Cassazione confidando in giudici sereni, onesti, imparziali, in poche parole giusti. La condanna è, poi, talmente priva di fondamento, da ogni punto di vista, che la considero anche inaccettabile. Mi viene inflitta la censura, devo lasciare Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che vi fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere. Del resto il procuratore generale che rappresentava l’accusa in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto che concepisco le mie funzioni come una missione. Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso, contribuisce ad affievolire l’indipendenza della magistratura, conduce ad indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina verso una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il maglio e la clava del processo disciplinare. Il rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, il dr Vito D’Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci anni è stato anche presidente della Giunta della Regione Marche, ha sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non rappresento, in modo adeguato, il modello di magistrato. Ed invero, il modello di magistrato al quale mi sono ispirato è quello rappresentato da mio nonno magistrato (che ha subito anche due attentati durante l’espletamento delle funzioni), da mio padre (che ha condotto processi penali di estrema importanza in materia di terrorismo, criminalità organizzata e corruzione), dai miei magistrati affidatari durante il tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti conosciuti in questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed imparare, sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili, dall’esperienza professionale nell’esercizio di un mestiere al quale ho dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il mio modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Il modello “castale” e del magistrato “burocrate” non mi interessa e non mi apparterrà mai, nessuna “quarantena” in altri uffici, nessun “trattamento di recupero” nelle pur nobili funzioni giudicanti, potrà mutare i miei valori, né potrà far flettere, nemmeno di un centimetro, la mia schiena. Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto ammetterlo, un magistrato che per il “sistema” è “deviato ed eversivo”. Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro professionale alla bontà del mio lavoro. Certo è una sentenza che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente mortificante. Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che ha sempre professato e praticato l’amore immenso per quel mestiere, di non poterlo più fare – sol perché ha “osato”, in pratica, indagare un sistema devastante di corruzione e cercato di evitare che una “rete collusiva” ostacolasse il proprio lavoro e, quindi, condannandolo per avere, in definitiva, rispettato la legge – è un po’ come dire ad un chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un investigatore di polizia giudiziaria che deve pensare ai servizi amministrativi. Farò di tutto, con passione ed ntusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per dimostrare quanto ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno immane abbia prodotto per l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati,ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra (che continuerò sempre ad amare comunque finisca questa “storia”) che aveva bisogno di ben altri “segnali” istituzionali. Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi – prima del mio probabile allontanamento “coatto” dalla Calabria – presso la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a termine le indagini più delicate pendenti. Non mi sottrarrò ad eventuali dibattiti pubblici anche tra i lavoratori, tra gli operai, tra gli studenti, nei luoghi in cui vi è sofferenza di diritti, per contribuire – da cittadino e da magistrato, con la mia forza interiore – al consolidamento di una coscienza civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo sinceramente democratico. Il Paese deve, comunque, sapere che vi sono ancora magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per la tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei deboli allo stesso modo) e che non si faranno né intimidire, né condizionare, da alcun tipo di potere, da nessuna casta, esercitando le funzioni con piena indipendenza ed autonomia, in una tensione ideale e morale costituzionalmente orientata, in ossequio, in primo luogo, all’art. 3 della Costituzione repubblicana. La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà sempre di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese vi sono ancora, però, energie e valori, anche importanti. Si deve costruire una rete di rapporti – fondata sui valori di libertà, uguaglianza e fratellanza – che impedisca all’Italia di crollare definitivamente proprio sul terreno fondamentale dei diritti e della giustizia. È il momento che ognuno faccia qualcosa – in questa devastante deriva etica e pericoloso decadimento dei valori – divenendo protagonista per contribuire al bene della collettività e del prossimo, non lasciando l’Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri. Luigi De Magistris
January 23 LETTERA DI ANTONIO DI PIETRO A PRODIRiporto la lettera che Antonio Di Pietro a scritto al Presidente del Cosiglio Romano Prodi, riguardante la condanna di cinque anni al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro:
Il Ministro delle Infrastrutture
al Presidente del Consiglio dei Ministri On.le Prof. Romano PRODI e, p.c., al Ministro della giustizia On.le Prof. Romano PRODI al Ministro dell’interno on. prof. Giuliano AMATO al Ministro degli affari regionali
on. Linda LANZILLOTTA OGGETTO: Sospensione dalla carica di Presidente della Regione Siciliana dell’On.le Salvatore Cuffaro. come Ti è noto, il 18 gennaio scorso il Tribunale di Palermo ha pronunciato sentenza di condanna per favoreggiamento e rivelazione di segreto nei confronti del Presidente della Regione siciliana.
I fatti addebitati al Presidente Cuffaro ed accertati dal Tribunale con la sentenza di primo grado, emergono nella loro estrema gravità, non solo per come attestato dalla pesante pena irrogata (cinque anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici), ma soprattutto in quanto si tratta di comportamenti di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio su indagini riguardanti affiliati mafiosi. Al riguardo mi preme sottolineare due ordini di considerazioni. In primo luogo, la condivisione sulle modalità per intervenire sulla vicenda, facendo puntuale applicazione di quanto già l’ordinamento vigente impone. Infatti, al riguardo, l’articolo 15, comma 4-bis della legge 19 marzo 1990, n. 55, prevede la sospensione di diritto, anche in caso di condanna non definitiva, tra gli altri, per ipotesi di delitti di favoreggiamento personale o reale, commesso in relazione ai delitti indicati nel comma 1, lett. a) dello stesso articolo 15. Nel novero di tali reati figura, tra gli altri, quello previsto dall’articolo 416-bis del codice penale, e cioè quello di associazione di tipo mafioso. Dagli atti risulta che la condotta di favoreggiamento posta in essere dall’on.le Cuffaro è stata riconosciuta dal Tribunale, sebbene in forma non specificamente aggravata, in favore di affiliati alla predetta associazione, e pertanto comunque “in relazione” allo stesso titolo di delitto, come espressamente richiede la disposizione normativa in esame. Peraltro, anche la sopravvenuta abrogazione del citato articolo 55 ad opera dell’articolo 274 del testo unico degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ne ha comunque mantenuto salda la vigenza quanto ai (tra gli altri) consiglieri regionali, come prevede il citato articolo 274, comma 1, lett. p). Come è noto, il percorso istituzionale prevede, ai sensi dell’articolo 15, comma 4-ter della legge n. 55 del 1990, che proprio il Presidente del Consiglio dei Ministri, sentiti il Ministro per gli affari regionali e il Ministro dell’interno, adotta il provvedimento che accerta la sospensione. Tale esito, come è evidente, discende, per fatti di gravità così gravemente acclarata, dall’esigenza di garantire, nelle more dell’accertamento giudiziale definitivo, la tutela dell’interesse pubblico, leso dalla permanenza in carica e dallo svolgimento delle relative funzioni istituzionali da un soggetto rispetto al quale è stato accertato il venir meno di un requisito essenziale per continuare a ricoprire un ufficio pubblico elettivo. Ma, soprattutto, mi preme mettere in evidenza una seconda considerazione. Come Ministro della Repubblica, e soprattutto come cittadino, sono sconcertato dalla reazione che ha caratterizzato il comportamento del Presidente della Regione Sicilia rispetto alla sentenza che lo ha condannato e che, a chiunque abbia dignità e rispetto verso le istituzioni, avrebbe dovuto suggerire soltanto di prendere la decisione di dimettersi e farsi da parte per tutelare sopra ogni altra esigenza la necessità che le istituzioni pubbliche al cui servizio esclusivo ciascuno dovrebbe operare, non rimangano anche indirettamente o minimamente turbate o pregiudicate nella loro credibilità di fronte alla collettività da fatti di tale estrema gravità. Ritengo, pertanto, che il Governo non possa rimanere inerte rispetto alla vicenda in questione e che sia indispensabile l’adozione di misure concrete, in conformità a quanto previsto dall’ordinamento, volte ad assicurare il primato della legge ed il pieno rispetto del principio di legalità, restituendo, in tal modo, credibilità ed autorevolezza alle istituzioni dello Stato. Non solo, in questa vicenda, emerge l’esigenza di dare integrale attuazione a quanto già prevede l’ordinamento, come segnalato. Quanto soprattutto risulta impossibile non provvedere con la massima urgenza. Si tratta di un adempimento doveroso, per il rispetto che tutti dobbiamo alle istituzioni e alla legge. Ma, ancora prima, per il debito morale che ancora dobbiamo saldare con le tante, troppe vittime della mafia e con i loro congiunti, testimoni perenni di come l’impegno etico e civile sul quale è costruita la nostra speranza di convivenza ordinata, capace di non arretrare neppure di fronte al sacrificio più estremo e alla violenza più odiosa, non può certo tollerare per un solo giorno ancora un’ombra così inquietante su istituzioni talmente prestigiose. Mai come in questa vicenda l’esigenza di fare, e far presto, costituisce la doverosa forma di adempimento della legge che deve distinguere una classe dirigente degna di questo appellativo da una solo ipocrita e meschina. Sono convinto che non sei sordo a queste esigenze, e in maniera condivisa sapremo esprimerne la risposta più convinta e degna del rispetto che anche così si deve a chi ha preferito sacrificarsi alla mafia, più che rivelarle segreti d’ufficio. Antonio Di Pietro January 19 IN QUESTO MONDO DI LADRI... IN QUESTA ITALIA DI MAFIOSIL'Italia è perduta... Non ha speranza, col tempo la situazione peggiora sempre più! Mastella si è dimesso per lo scandalo che lo ha investito, non prima di aver combinato abbastanza danni: ha fatto in tempo a fare l'indulto, una riforma della giustizia scandalosa, aver fatto trasferire De Magistris e ha ricattato continuamente il governo al quale apparteneva. Ma le sventure di questi tempi sono abbondanti: si, è stato condannato Totò Cuffaro, ma gli sono stati dati solo 5 anni (-3 per l'indulto = sotto i 3 anni di condanna non si finisce in galera) per favoreggiamento e rivelazioni di segreti d'ufficio, ma è stato scandalosamente prosciolto dall'accusa di favoreggiamento alla mafia. Come già anticipato prima De Magistris è stato condannato e gli è stata inibita la possibilità di lavorare come pm e ordinato il trasferimento, come avvenuto precedentemente per la collega Clementina Forleo, alla quale il CSM ha chiesto il trasferimento per incopatibilità ambientale!
Come dice Grillo, prima i magistrati si eliminavano con il tritolo e le pallottole (es. Falcone, Borsellino, Chinnici, ecc...) ora ci pensa il Ministro della Giustizia!
La casta politica si chiude a riccio ogni qual volta che viene messa sul nbanco degli imputati, ed ecco che vengono sfornate leggi contro le intercettazioni, indulti, amnistie, leggi ad personam, "leggi contro presonam", ispettori nei palazzi della giustizia dove si indagano i potenti, grazie a personaggi corrotti, ecc...
Come fanno ad accettarci le comunità internazionali? Se fossi al posto di esponenti dell'UE chiederei l'espulsione dell'Italia dalla Comunità Europea, o se fossi il presidente dell'ONU chiederei delle sanzioni nei nostri confronti!
A questo punto non vedo vie d'uscita, temo che il virus della nostra nazioni possa superare i confini nazionali, ed infettare gli altri paesi. Io credo che a questo punto ci sia una sola soluzione: IL PUGNO DI FERRO!!! L'INSURREZIONE POPOLARE!
LASICILIA.IT
Il presidente della Regione: "Non mi dimetto"
PALERMO - Ha trascorso una notte insonne, dopo la tensione accumulata in questi giorni e la sentenza che ieri la ha condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio assolvendolo però dall'accusa più pesante, quella di avere favorito Cosa nostra. Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro questa mattina è apparso più disteso; quando è sceso di casa ha trovato ad attenderlo, sotto la sua abitazione, un gruppo di fedelissimi che lo aspettavano fin dalle prime ore dell'alba. Cuffaro non è riuscito a trattenere la commozione, mentre abbracciava a uno a uno amici e conoscenti. "La cosa che mi dà più gioia - ha detto - e quella di avere finalmente riportato la serenità nella mia famiglia. In questi anni ho vissuto con il rimorso di avere dato ai miei cari un dolore grandissimo: quello di vedermi indagato e processato per collusione alla mafia, io che l'ho sempre combattuta. Oggi il rimorso non c'è più perché questa accusa infamante è stata cancellata e, soprattutto, perchè ho visto finalmente la mia famiglia un po' più serena".
Il presidente ha ribadito la sua intenzione di non dimettersi: "Torno al lavoro, dopo questo calvario, per continuare a fare quello per cui i siciliani mi hanno rieletto, apprezzando la mia scelta di lasciare il Parlamento europeo e il Senato della Repubblica che mi avrebbe consentito di ottenere l'immunità. E' l'unica risposta che posso dare in cambio dello straordinario affetto che mi è stato dimostrato dai siciliani, nel tentativo di ripagare il bene che mi hanno voluto e continuano a volermi".
Il governatore ha anche commentato la richiesta di dimissioni avanzate da alcuni esponenti dell'opposizione: "Avevo detto che mi sarei dimesso se fossi stato condannato per un reato infamante come quello di avere favorito la mafia, questo non è successo. Cuffaro rimane al lavoro fino al 2011, non si farà attrarre da chimere di candidature alle nazionali perché dopo quello che hanno fatto i siciliani per me è giusto che io rimanga qui a lavorare".
"Io ho rispettato la magistratura essendo un imputato modello - continua -, ora mi aspetto che i pm facciano lo stesso nei miei confronti. Ci sono tre gradi di giudizio: sono riuscito a dimostrare l'infondatezza del reato più infamante, quella di avere favorito la mafia, sono convinto che negli altri due gradi sarò assolto anche dalle altre accuse".
"Il tribunale - sottolinea il governatore - ha cancellato l'accusa che io sia colluso con la mafia o, come sostengono i miei avvocati, che abbia anche favorito il singolo boss. Per il semplice fatto che io avrei rivelato queste notizie, ammesso che fosse vero, al medico Domenico Miceli e all'imprenditore Michele Aiello, che non erano indagati per mafia".
Cuffaro ripercorre anche quello che definisce il suo lunghissimo "calvario" giudiziario, cominciato nel 2003 con l'accusa di corruzione, poi archiviata, "per avere preso una tangente da una persona che non era nemmeno indagata. Questa tangente l'avrei presa nel '93 in cambio di un decreto firmato dall'on Salvo Lima. L'accusa di corruzione è caduta intanto perché un parlamentare europeo non firma decreti, ma questo è poca cosa rispetto al fatto che nel '93 l'on. Lima era già morto da 18 mesi".
Il presidente della Regione osserva: "Sarebbe bastato un po' più di attenzione da parte dei pm che allora seguivano l'inchiesta per evitare che si facesse tanto clamore". Cuffaro ricorda poi che l'indagine era stata avviata su input di un pentito "tale Lanzalaco, che parlava da oltre dieci anni e che fino ad allora non aveva detto niente di me".
Caduta l'accusa di corruzione, rimaneva quella di concorso in associazione mafiosa: "Hanno messo sotto sopra la mia vita - sottolinea il governatore -, quella dei miei familiari, dei miei amici, forse anche dei miei elettori; hanno messo sotto controllo due milioni di telefonate e vent'anni della mia vita politica. Dopo di ciò hanno dovuto archiviare il reato di concorso per trasformarlo in favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Il tribunale ieri ha finalmente cancellato anche l'accusa che io sia colluso con la mafia".
Cuffaro ha detto di avere ricevuto centinaia di telefonate da esponenti politici e istituzionali, "da Casini a Cesa, da Berlusconi a Cossiga", ma ha sottolineato di essere stato colpito "dall'afflato collettivo della gente comune, migliaia di persone che si sono strette attorno a me per dimostrarmi il loro affetto". Il governatore ha aggiunto di essere rimasto particolarmente commosso da una signora novantenne, moglie del pittore Gianbecchina: "E' arrivata di corsa davanti al portone di casa mia per abbracciarmi tra le lacrime. E' stata una cosa che mi ha toccato profondamente".
Dopo avere preso un caffè nel bar vicino casa, davanti a Villa Sperlinga, sempre assediato dai suoi sostenitori Cuffaro ha rilasciato alcune interviste televisive. In mattinata sarà a Palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione, per "tornare al lavoro", come aveva dichiarato ieri subito dopo avere assistito alla lettura del verdetto che lo scagiona dall'accusa di mafia.
19/01/2008
Le altre condanne:
“Talpe alla Dda”, le altre condanne I giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Vittorio Alcamo, oltre alla condanna a cinque anni di carcere per il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, hanno condannato, nel complesso, a 40 anni di carcere gli altri imputati del processo, con una sola assoluzione.
Grasso-Cuffaro, è polemica
AMMAZZATECITUTTI.ORG http://www.ammazzatecitutti.org/editoriale/luigi-de-magistris-trasferito-ingiustizia-fatta.php Luigi De Magistris trasferito: ingiustizia è fatta. Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo; di Redazione
http://www.ammazzatecitutti.org/ultime/moglie-mastella-arrestata-per-concussione.php Moglie Mastella arrestata per concussione ROMA (Reuters) - La procura di Santa Maria Capua Vetere ha disposto gli arresti domiciliari per Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie del ministro della Giustizia Clemente Mastella, con l'accusa di concussione.
Ed ecco il discorso di dimissione di Clemente Mastella, accompagnato da vergognosi scroscianti applausi di tutta la camera ad eccezione dei parlamentari dei Verdi e Dell'Italia dei Valori:
Prima Parte
Seconda Parte
L'unico commento contrario al discorso di Mastella avvenuto il giorno precendente: January 15 SGARBI. NO COMMENT!Certa gente dovrebbe essere condannata a far ripetere sempre le loro stronzate in pubblico finché non stramazzino per la vergogna!
Riporto parte della punta di Confronti andata in onda il 4 gennaio 2008 alle 23.15 su Rai 2, dove vedava affrontarsi Vittorio Sgarbi e Marco Travaglio.
Magistratura
Etica pubblica
Per chi non lo sapesse Wiipedia riporta l'eperienze che Vittorio Sgarbi ha avuto con la Giustizia:
Nel 1996, con sentenza definitiva della Pretura di Venezia, è stato condannato a 6 mesi e 10 giorni di reclusione per il reato di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, per produzione di documenti falsi e assenteismo mentre era dipendente del Ministero dei Beni culturali, con la qualifica di funzionario ai Beni artistici e culturali del Veneto. Condannato a pagare un indennizzo fissato dalla corte, il critico d'arte si giustificò affermando che la sua assenza dall'ufficio dipendeva dall'impegno per la redazione d'un catalogo d'arte [citazione necessaria].
Il 14 agosto 1998, dopo la morte di Luigi Lombardini, in un'intervista a Il Giornale ne attribuisce la responsabilità alle «inchieste politiche di Caselli [...] uomo di Violante», in quanto «il suicido di Lombardini ha evidenziato la natura esclusivamente politica dell'azione di Caselli e i suoi» che «impudentemente frugano nella sua tomba [...] sul suo cadavere»; il 17 agosto, ignorando i ringraziamenti dell'avvocato di Lombardini per la correttezza dell'interrogatorio e l'identico pronunciamento del CSM, ne chiede «l'immediato arresto» nonché la «sospensione dal servizio e dallo stipendio». Alla successiva querela, l'intervistatore Renato Farina ed il direttore Mario Cervi scelgono il patteggiamento, mentre Sgarbi la via del processo; ad una delle udienze «non si presenta in Tribunale (a Desio) dicendo di essere a Bologna per un altro processo; il giudice telefona a Bologna e scopre che lì Sgarbi ha fatto lo stesso sostenendo di essere a Desio». Per queste affermazioni nel 1998 verrà condannato dalla Cassazione per diffamazione aggravata sulle indagini del pool antimafia di Palermo, guidato da Gian Carlo Caselli, oltre a 1.000 € di multa.
Da questo pronunciamento si origina un'altra polemica sull'interpretazione della sentenza, che viene diffusa dai media italiani come una condanna per aver definito le indagini "politiche", esercitando il suo diritto di critica e provocando le forti reazioni e prese di posizione da parte di Francesco Cossiga, Ettore Randazzo, Fabrizio Cicchitto e Niccolò Ghedini. Questa ricostruzione viene duramente contestata da Marco Travaglio perché «criticare significa affermare che un'inchiesta è infondata, una sentenza è sbagliata. Ma sostenere che un PM e l'intera sua Procura sono al servizio di un partito, agiscono per finalità politiche, usano la mafia contro lo stato, non è criticare: è attribuire una serie di reati gravissimi, i più gravi che possa commettere un magistrato».
Forse queste informazioni dimostrano in che modo Sgarbi ha accumulato competenze riguardati Magistratura ed Etica! |
|
|